Universale Concretum. La veridicità e la bellezza di tale concetto

“Come quando il rosso gigantesco sipario si divide nel mezzo e sulla rampa compare l’annunciatore: invisibile alle spalle il mistero del teatro, egli stesso come una quintessenza del dramma che ora dovrà svolgersi: così apparve il Signore del mondo”.

Non vi è immagine più bella per poter descrivere “l’irruzione” nel mondo di Dio.

All’apertura del grande velo che nascondeva il mistero della creazione appare il primo miracolo: il Logos, la Parola che entra in scena anticipando la venuta successiva dell’uomo e delle sue parole.

Un Logos che segna l’epoché dal nulla all’atto creatorio dando una nuova weltanshaungen  al mondo non solo come atto compiuto, ma come creatura che rinnova nel presente la sua creazione.

Quel logos che costituisce l’unità del tutto nella sua persona divina, rivendicando il primato dell’essere allo stesso tempo soggetto-oggetto, attributo infinito. L’Uno, l’Assoluto che porta in sé non la presunzione di un semplice apparire nella storia dell’uomo e del mondo, ma l’incontenibile “voglia” del suo essere, come atto d’amore, nell’uomo e nel mondo.

Quell’essere solo ed esclusivamente il semplice, ma allo stesso tempo articolato, Universale Concretum che si è realizzato nella figura di Gesù di Nazareth, il quale con la sua venuta nel mondo e la sua dichiarazione di Figlio di Dio, ha estrinsecato quell’attributo di cui Giovanni parla nel prologo del suo Vangelo: “en arché en o logos”.

La sua pienezza, la sua piena visibilità si ha nell’evento del Kalos thanato della croce che ha condotto non alla fine, ma alla resurrezione della Verità. Verità che raccoglie in sé quei logoi spermatikoi sparsi in ogni persona, divenendo così l’unico punto luminoso della vita di ogni uomo che si cinge a raggiungere la verità ultima percorrendo il lungo, ma intriso di bellezza, cammino della divina Sapienza.

“UNIVERSALE CONCRETUM”

“L’incarnazione del Figlio di Dio permette di vedere attuata la sintesi definitiva che la mente umana, partendo da sé, non avrebbe neppure potuto immaginare: l’Eterno entra nel tempo, il Tutto si nasconde nel frammento, Dio assume il volto dell’uomo”. Si esprime così la Fides et ratio usando termini alquanto paradossali ed emblematici. Certo, parlare di un mistero così grande che supera ogni nostra aspettativa e la stessa storia, dove l’uomo è inserito a svolgere il corso della sua vita, è opera assai difficile. Svelare il mistero di Dio, o almeno cercare di capirne qualcosa, si sa, non spetta all’uomo con la sua miseria, dato che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”: “con tutta la sua vita Gesù rivela il volto del Padre, essendo Egli venuto per spiegare i segreti di Dio, eppure, la conoscenza che noi abbiamo di tale volto è sempre segnata dalla frammentarietà e dal limite del nostro conoscere”. È Dio stesso, infatti che viene incontro all’uomo con il suo eterno amore e ci ama di un amore così infinito da mandare il suo Figlio unigenito, il Logos. “E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Si tratta di “un paradosso inaudito… Il poeta del prologo presenta ora il Logos in veste di uomo debole e caduco, che tuttavia possiede in sé poteri salvifici… Il Logos non aveva trovato accoglienza nel mondo… Gli uomini, cui egli doveva portare vita e luce, lo avevano rifiutato. Dio mette ora mano a un’ultima possibilità…: invia il proprio figlio in forma carnale e fa abitare il suo Logos tra gli uomini”. Logos, Figlio unigenito, l’Eterno che entra nel tempo, il Tutto che si nasconde nel frammento, il Dio che assume il volto dell’uomo, altro non è che l’evento di Gesù di Nazareth.

“Nel cuore della storia della salvezza, tale evento riveste insieme quella ‘particolarità’ propria di ogni avvenimento temporale compiutosi ‘una volta sola’, irripetibile, e quella valenza di storicità che è la sua ‘universalità per cui esso collocandosi al centro del tempo come ‘avvenimento storico’ realizzato ‘per sempre’ coinvolge in sé, nel suo presente immanente, il passato e il futuro della intera storia umana”.

Parlare di Eterno che entra nella storia o, per usare un’espressione di Hans Urs von Balthasar e ripresa da Fides et Ratio, de “il Tutto si nasconde nel frammento” significa fare propria una categoria fondamentale, nata nell’ambito della filosofia, quale appunto quella di ‘universale concretum’.

L’universale concretum oltre ad essere un problema epistemologico globale, è anche un problema teoretico e, non solo cristologico. Esso è una categoria fondamentale della Rivelazione cristiana. Ad essa si rivolgono alcune questioni di importanza non indifferente, anzi, direi, è un passaggio obbligatorio. Domande come ‘Cur oeconomia Revelationis? Cur Deus homo? Cur Ecclesia universale sacramentum salutis?’ trovano risposte a livello epistemologico e teoretico in questa categoria universale. Ma, prima di vedere cosa significhi che Gesù Cristo è l’universale concretum personale, è necessario verificare il significato di questo concetto nella storia del pensiero filosofico. Si dovrà, quindi, prestare molta attenzione per non creare confusione di sorta, considerato che il concetto da noi preso in esame non proviene dalla teologia.

IL PROBLEMA DEGLI “UNIVERSALI”

L’universale concretum, anche come ‘assoluto storico o particolare’, è una espressione che proviene dalla filosofia dell’idealismo tedesco, secondo la quale l’universale si unisce dialetticamente al particolare, senza tuttavia confondersi con esso.

Il problema dell’universale è una questione che ha occupato gli antichi. Già Platone, come è noto, s’era interessato a lungo per cercare di risolvere il problema del rapporto da stabilire tra l’idea separata e le cose del mondo sensibile; risultò che una stessa essenza, in sé una e separata, poteva essere comunicata, non per parti, ma tutta intera, alle cose particolari, senza perdere la sua unità, sì da potersi dire ‘una sui molti’ e ‘una nei molti’. Con Aristotele la forma inerente alle cose acquista, al contatto della materia, un modo di essere individuale, e perde l’universalità platonica. Attraverso la dottrina dell’astrazione e dell’intelletto agente Aristotele riuscì a salvare il concetto di universale, posteriore al particolare.

Come si nota chiaramente sono solo due concezioni diverse e opposte; se quella di Platone è una visione discendente, per cui prima c’è l’idea, l’universale, e poi la sua realtà concreta, terrestre, sensibile, quella di Aristotele è una visione ascendente, per cui prima si ha il particolare e poi attraverso l’astrazione si sale all’universale.

In epoca medioevale suscitò grande interesse il problema degli universali. Gli universali sono concetti generali a differenza delle entità particolari. Il problema fondamentale è stabilire se agli universali si debba attribuire una realtà propria e le entità particolari siano quindi loro derivazioni dipendenti o se, solo le cose sensibili esistano realmente e gli universali siano puri nomi costruiti dagli uomini.

La disputa degli universali ebbe inizio quando Boezio tradusse l’Isagoge di Porfirio, il quale riprendendo la definizione aristotelica, aveva formulato la dottrina delle cinque voci, ossia delle cinque forme universali in funzione di predicabili, escogitando tra l’altro l’immagine del famoso albero logico, il cui tronco e i cui rami stavano a significare il rapporto tra l’individuo e l’universale e offrivano al pensiero la possibilità di percorrere i vari gradi dell’essere, ascendendo o discendendo.

Con Occam e, quindi con il nominalismo, il concetto diventa solo un nome: se l’universale è solo un nome, allora bisogna parlare di cose concrete.

Continuare a verificare ciò che la mente umana ha potuto produrre circa il concetto di universale concretum, quasi a volerne dare una lista completa, è qui controproducente e fuori luogo, e soprattutto sterile per il nostro lavoro. Tuttavia è ancora da considerare il contributo di Niccolò Cusano e alcuni tra i filosofi moderni, G. E. Lessing, G. W. F. Hegel, F. W. J. Schelling. Una analisi così formulata ci permetterà di porre delle basi solide per approdare sui lidi della teologia.

Il tedesco Niccolò Cusano (Nikolaus von Kues, 1401-1464) si colloca per il suo pensiero, a cavallo fra il Medioevo e l’Età moderna. La sua filosofia contiene elementi che stanno alla base della moderna concezione del mondo e dell’uomo. Egli “elabora la ‘coincidentia’ dell’universalità e della concretezza dell’evento della rivelazione culminato in Gesù Cristo”.

Il filosofo afferma che l’unità del mondo nella sua molteplicità ha fondamento in Dio, l’Infinito, nel quale tutti gli elementi contrari che caratterizzano gli enti finiti si estinguono. Cusano cerca di chiarire la coincidentia oppositorum in Dio sulla base di un esempio matematico: quanto più grande è la circonferenza di un cerchio, tanto più il suo arco si avvicinerà ad una retta, fino a che, all’infinito, esse coincideranno e si realizzerà la dissoluzione degli opposti.

Una ulteriore formulazione che ci offre il nostro autore è che Dio è, al tempo stesso, il maximum e il minimum: poiché nulla è al di fuori dell’essere divino, non esiste nulla di più grande né di puù piccolo; Dio è la misura di ogni cosa finita.

“La coincidenza di massimo/universale e di minimo/concreto rappresenta il superamento del principio di non contraddizione ed il caso più tipico della dotta ignoranza di Nicola di Cusa”.

Secondo il Cusano, tra Dio, massimo, infinito e universale, e l’universo contratto e concreto, e finito, vi è solo la figura di Cristo come Mediatore, l’unico che possa concentrare in sé l’umano e il divino, l’aasoluto e il finito: è il paradosso della coincidentia oppositorum, è l’universale concretum.

Gotthold Ephraim Lessing (1694-1768) nel suo scritto, Sul cosidetto argomento dello spirito e della forza, rivolgendosi contro quei teologi che volevano fondare la validità della religione cristiana sullo ‘spirito’ e sulla ‘forza’, scrive una espressione diventata ormai paradigmatica: “casuali verità storiche non possono mai diventare la prova di necessarie verità razionali”, prova che per lui rappresenta “il brutto largo fossato che non riesco ad attraversare”.

Si deve comunque a Hegel (1770-1831) l’attualità di questa impostazione. Egli, infatti, considera il cristianesimo come la religione assoluta, in cui il Dio infinito e universale acquista la figura e il volto di un uomo concreto: Gesù di Nazareth. Per Hegel l’assoluto si manifesta nella concretezza storica, così l’universale concreto è l’universale vero ed è la sintesi della realtà generale e particolare.

Schelling, prendendo le mosse da Hegel, nella sua Fisolofia della Rivelazione mostra come l’Assoluto si rivela nella storia, la quale ha un inizio nell’eterno piano salvifico, un centro in Cristo, un fine nell’essere rivelato della signoria dell’assoluto.

Nel suo libro Il carattere assoluto del cristianesimo, E. Troeltsch dimostra che il cristianesimo appare nella storia come un valore religioso assoluto, nella relatività della sua manifestazione storica.

GESÙ CRISTO: “UNIVERSALE CONCRETUM PERSONALE”

Come si è potuto ben vedere da questa diagnosi in campo filosofico, prendendo in esame solo alcuni degli autori, una costante emerge regina fra tutte, ed è quella della storia, “culla degli uomini e luogo privilegiato fra tutti, poiché è il luogo dell’apparizione della Trascendenza rivelata dall’unico e vero Dio”. Perciò il cristianesimo si basa su una Rivelazione storica, al contrario delle altre religioni, davanti alle quali avanza la pretesa di essere la vera religio: ciò è dovuto al fatto che il Figlio di Dio si è incarnato ed è entrato nella storia per esserne il Signore.

“La persona e la vita di Gesù di Nazareth costituiscono l’evento cui spetta essere ‘universale concretum’”.

Per comprendere più a fondo il vero significato dell’universale concretum personale applicato alla singolarità, alla unicità, all’universalità di Gesù occorre primariamente intenderlo facendo riferimento a quella che è la “pienezza della Rivelazione”, che è appunto Gesù Cristo. In Lui, infatti, come scrive Paolo agli Efesini, Dio “ci ha fatto conoscere il mistero del suo volere, il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra”. Questa assolutezza deve, necessariamente, essere interpretata nel senso di pienezza relazionale tanto inclusiva quanto espansiva. Come esemplificazione della caratteristica della inclusività basti qui ricordare ciò che la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium scrive al n° 16: “quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch’essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio”; per quanto invece concerne la caratteristica della espansività facciamo in ugual modo riferimento allo stesso documento al n° 17: “come infatti il Figlio è stato mandato dal Padre, così ha mandato egli stesso gli Apostoli dicendo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ha comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.

“Riscattato il concetto ‘universale concretum’ della sua origine idealistica e ripreso nell’insieme della riflessione sugli ‘universali’ a partire dalla feconda proposta di Nicola Cusano, si può vedere questo concetto di chiara impostazione epistemologica come categoria fondamentale di tutta la Rivelazione nella sua forma storica”.

E proprio tenendo presente la concezione della realtà storica approderemo, così a cogliere quei dati necessari per delineare la figura storica di Gesù di Nazareth, nato “quando Cesare Augusto ordinava il censimento di tutta la terra” (Lc 2,1) e “quando Quirino era governatore della Siria” (Lc 2,2).

Naturalmente, per comprendere appieno chi è questa figura umana che avanza la pretesa di essere il Figlio di Dio, il Ricapitolatore, la pienezza della Rivelazione, appunto l’universale concretum, avremmo dovuto qui dunque tener conto della moderna ‘ricerca storica’ con i criteri di storicità su Gesù di Nazareth e dei presupposti ermeneutici che esso comporta.

CONCLUSIONE

Appare evidente da tutta l’analisi sin qui svolta come il concetto di Universale Concretum non è solo pura astrazione o pura forma mentis teoretica, ma questo ha la sua attuazione piena non in semplice “qualcosa”, ma in una persona divina, ha il suo compimento in Gesù Cristo.

Forse a prima vista si potrebbe pensare che qui la divinità è stata ridotta ad una semplice categoria, ad un puro concetto, ad un mero attributo; in realtà non è così.

L’Universale Concretum non è un particolare attributo, ma è l’attributo infinito che si è esplicato con Gesù, ma la particolarità, questo mostra la veridicità e la bellezza di tale concetto, è che l’Universale Concretum non ha avuto né una origine né tanto meno una fine.

Non ha vuto origine in quanto era, anzi, meglio dire, è, in Dio, quel Dio sempiterno che ha mandato nel mondo il Suo unico Figlio che ha manifestato tramite il suo essere appunto Universale Concretum l’archè/telos della nostra esistenza; non ha fine perché la sua memoria è ancora viva tra noi ed è ancora in cammino nella storia della salvezza dell’uomo per poi potersi compiere nella visione ultima e beatifica di Dio.

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