Il problema di Dio in Hermann Hesse, parte 3

La via indiana

Quindi l’uomo come Dio stesso al di là del bene e del male? Forse non è indifferente verso dove l’uomo va.

Proprio questa era la domanda e tale resta: come cercare se stesso, come divenire saldo in se stesso, come trovare la propria strada. Continuava ad avere valore il richiamo “sii te stesso”, come pure il “cammino verso l’interno”.

Ora però questo cammino non sta più sotto il segno di un Dio simbolico, artificioso, a sfondo individuale, psicoanalitico, interiore, come Abraxas. Esso sta sotto il segno di una religione reale, vissuta in un’antichissima comunità: la religione indù.

Buddha: tra fuga dal mondo e desiderio del mondo

Oltre al cristianesimo pietista, al suo culto della natura, di impronta romantico-francescana, alla sua esperienza psicoanalitica, vi è un altro elemento costitutivo della sua personalità di scrittore: la religiosità indiana.

“Il clima spirituale dell’India io l’ho respirato fin da bambino e l’ho vissuto insieme al cristianesimo”.

Hermann Hesse, Il mio credo, Fabbri editore, Milano 1994, pag. 61

Aveva letto i libri sacri indiani, Upanishad, Bhagavad Gita, i Discorsi di Buddha.

In confronto con il cristianesimo pietista, così chiuso, al giovane Hesse “il mondo della religione e della poesia indiana” appare molto più seducente”.

“Qui non avevo vicini importuni, qui non sentivo il freddo grigiore dei pulpiti, né le letture bibliche del pietismo: la mia fantasia aveva spazio, potevo accogliere in me senza resistenze i primi messaggi che mi giungevano dal mondo indiano e che mi hanno influenzato per tutta la vita”.

Hermann Hesse, Il mio credo, Fabbri editore, Milano 1994, pag. 63

L’antica idea indiana, affermata nelle Upanishad, della unità di tutte le cose aveva esercitato nel cuore dello scrittore il suo influsso notevole. Ogni singolo è parte di un grande tutto, dal quale non può staccarsi; esso è animato dal grande indistruttibile Atman: “Io sono te”.

Dei Discorsi di Buddha hanno influito in lui la sua esaltazione della meditazione:

“La mia filosofia di allora era quella di una vita ricca di successi, ma stanca e ipersatura; concepivo l’intero buddhismo come rassegnazione e ascesi, come fuga nell’assenza di desideri, e gli sono rimasto fedele per anni”.

Küng Hans, Maestri di umanità, Rizzoli, Milano 1989, pag. 105

Nasce così Siddharta (1922): uno che cerca; uno che, passando di esperienza in esperienza, dal misticismo alla vita degli affari, non si ferma presso nessun maestro, non considera definitiva nessuna acquisizione, sia che si tratti del Veda yoga o del Veda atharva, delle dottrine degli asceti o di quelle di Buddha, perché ciò che va cercato è il tutto, il misterioso tutto che si veste di mille volti cangianti.

Dal verbo suchen (cercare) i Tedeschi fanno il participio presente, suchend, e lo usano sostantivato, der Suchende (colui che cerca), per designare quegli uomini che non accontentano della superficie delle cose, ma di ogni aspetto della vita vogliono, ragionando, andare in fondo, e rendersi conto di se stessi, del mondo, dei rapporti che tra loro e il mondo intercorrono. Quel cercare che è già di per se un trovare, come disse uno dei più illustri di questi “cercatori”, e precisamente sant’Agostino; quel cercare che è in sostanza vivere nello spirito.

Suchende sono quasi tutti i personaggi di Hesse: gente inquieta e bisognosa di certezza, gente che cerca l’Assoluto, ossia una verità su cui fondarsi nell’universale relatività della vita e del mondo, e tale assoluto trovano -se lo trovano- in se stessi. La sete dell’Assoluto è alla base d’ogni concezione religiosa indiana, tanto antica e ortodossa, quanto quella dei riformatori. L’Assoluto è per la dottrina ortodossa, il Brahama, ossia l’universo, Dio.

Il punto sovrano della speculazione brahaminica sta nell’identità dei Brahama e dell’Atman. L’Atman è l’interiorità dell’io, l’anima individuale in contrapposto al Brahama, principio divino del mondo esterno, unica essenza e anima divina diffusa in tutto l’universo. L’Atman, o anima dell’individuo, è considerata identica con il Brahama e destinata, in seguito al raggiungimento della sua massima perfezione, a fondersi totalmente con l’anima del mondo.

L’universo è Brahama, e questo è l’Atman, ossia, in termini occidentali: l’universo è Dio e Dio è la mia anima; tale è la prova del panteismo indiano.

La vita di Siddharta termina sul grande fiume che scorre incessantemente con le sue diecimila voci, simbolo della totalità della vita, polifonica, contraddittoria, e tuttavia una.

Che cosa impara Siddharta dal fiume?

“Ad ascoltare, a porger l’orecchio, con animo tranquillo, con l’anima aperta, in attesa, senza passione, senza desiderio, senza giudicare, senza opinioni”.

Hermann Hesse, Siddharta, Adelphi, Milano 1993, pag. 145

“Che il molle è più forte del duro, l’acqua è più forte della pietra, l’amore è più forte della violenza”.

Hermann Hesse, Siddharta, Adelphi, Milano 1993, pag. 162

“Che tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutte le gioie, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita”.

Hermann Hesse, Siddharta, Adelphi, Milano 1993, pag. 180

Siddharta, finalmente, impara la musica della vita e, con questa esperienza, è ora capace di perfezione. Finalmente può cessare di combattere con il destino e di soffrire continuamente:

“Sul suo volto fioriva la serenità del sapere, cui più non contrasta alcuna volontà, il sapere che conosce la perfezione, che è in accordo con il fiume del divenire, con la corrente della vita, un sapere che è pieno di compassione e di simpatia, docile al flusso degli eventi, aderente all’Unità”.

Hermann Hesse, Siddharta, Adelphi, Milano 1993, pag. 181

Nessuna fuga monastica dal mondo, quindi, ma neppure nessuno autodistruttivo desiderio del mondo, piuttosto il raggiungimento di uno superiore, serena apertura al mondo.

 

La quarta parte del saggio Il problema di Dio in Hermann Hesse, (Lao Tze: una alternativa, Confucio, I-King, Zen) uscirà lunedi 20 febbraio

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16 Comments

  • Costa

    Reply Reply 13 febbraio 2017

    Il viaggio continua… e questa volta ci porta dritti in India. Ancora una volta molto interessante e suggestivo l’articolo. Aspettando la parte quarta. Saluti da Costa.

    • Giuseppe

      Reply Reply 13 febbraio 2017

      Sì, Costa. Il viaggio continua. Questa volta approdando in una religione lontana dal nostro occidente. La prossima volta andremo ancora più lontano.

  • Massimiliano Priviero

    Reply Reply 13 febbraio 2017

    Che dire, ecco arrivato il momento che tutti aspettavano. Chi, in gioventu’, non si e’ mai soffermato a dissertare sulle pagine di questo libro, con gli amici davanti un falo’ o in vacanza, davanti a un tramonto sul mare? Sono esperienze che ci accomunano tutti, e che hanno contribuito in modo indelebile alla nostra formazione personale. Questi sono i luoghi delle nostre origini, dove sono nate le nostre coscenze e forse le nostre aspirazioni. Luoghi dove ci rinfrancavamo, per una breve sosta, e dove ognuno di noi ha gettato le basi della propria personalita’. Allora, grazie per aver rievocato tutto questo, toccando corde profonde, ma mai sopite.

    • Giuseppe

      Reply Reply 14 febbraio 2017

      Quanto è vero quello che dici, Massimiliano! E quanti bei ricordi! Ho letto Siddharta per la prima volta quando avevo una ventina d’anni. Ero al secondo anno di università. Sicuramente è una lettura giovanile, proprio perché si adatta alla perfezione a quella età, intrisa e pregna di ricerca, di desideri, si sogni, di anelito alla conoscenza personale e del mondo. E la figura storica di Siddharta Gautama incarna molto bene tutto questo. Grazie Massimiliano.

  • Massimiliano Priviero

    Reply Reply 14 febbraio 2017

    Om!

    • Giuseppe

      Reply Reply 14 febbraio 2017

      OM! Il simbolo sacro dell’Induismo, la sillaba dalla cui vibrazione gli induisti pensano abbia avuto origine l’universo.
      OM! La parola sacra, usata nelle preghiere e nelle meditazioni, come in una sorte di litania.

  • Elena

    Reply Reply 14 febbraio 2017

    Siddharta è colui che non smette di cercare, l’unico modo per poter un giorno osservare la verità sulla soglia della nostra esistenza

    • Giuseppe

      Reply Reply 14 febbraio 2017

      Ciao Elena. La ricerca è parte integrante della vita, se non la vita stessa. Siamo sempre alla ricerca del Vero, del Bello, del Buono. Siamo viandanti, siamo pellegrini, siamo cercatori e lo siamo per natura. Molto bello e vero quello che hai scritto: “Siddharta è colui che non smette di cercare”. Come se fosse il paradigma stesso della vita.

  • Massimiliano Priviero

    Reply Reply 14 febbraio 2017

    Brava! E’ lo spirito giusto, ma sono cose che o s’imparano da adolescenti o non s’imparano più. Oggi leggono L’alchimista di Paulo Cohelo, ma non credo sia la stessa cosa.

    • Giuseppe

      Reply Reply 14 febbraio 2017

      Paolo Cohelo lo leggo anche io e trovo i suoi romanzi molto piacevoli, anche perché hanno un che di spirituale. Ma nulla hanno a che vedere con Hermann Hesse, Premio Nobel per la Letteratura nel 1946.

      • Elena

        Reply Reply 30 marzo 2017

        Ognuno di noi in cammino prova a dare conto di ciò che sperimenta. Massimiliano, eri un adolescente provetto!

        • Giuseppe

          Reply Reply 30 marzo 2017

          Vero, cara Elena, le esperienze contano molto nella nostra vita. E ognuno di noi dovrebbe farne tesoro e trarne delle conclusioni. Positive, possibilmente!

  • Marina

    Reply Reply 25 febbraio 2017

    Siddharta è il libro con cui ho conosciuto Hesse. Ero giovane, ma ricordo che per un po’ l’ho considerato il più bel libro che avessi mai letto.

    • Giuseppe

      Reply Reply 25 febbraio 2017

      Siddharta è uno dei capolavori di Hesse. E di solito lo si legge quando si è giovani. Ma ritornarci ogni tanto non è male.

  • Ivano landi

    Reply Reply 28 febbraio 2017

    Adesso non so dire se ho scoperto prima il buddhismo o il “Siddharta” di Hesse. Sono passati quaranta anni. Ricordo però bene che mi identificavo di più con “Il lupo della steppa”, il mio romanzo preferito in quegli anni.

    • Giuseppe

      Reply Reply 28 febbraio 2017

      Un altro gran bel romanzo “Il lupo della steppa”. Letto e riletto un paio di volte. E mi piace quì condividere le ultime parole che l’autore stesso lascia nella sua nota finale.
      “Io non posso e non voglio, beninteso, prescrivere ai lettori come abbiamo da intendere il mio racconto. Ne faccia ognuno ciò che risponde e serve al suo spirito! Mi piacerebbe però se molti di loro notassero che la storia del lupo della steppa rappresenta, sì, una malattia e una crisi, ma non verso la morte, non un tramonto, bensì il contrario: una guarigione”.

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