Il concetto teologico di Tradizione

“Noi non possiamo né vogliamo conoscere una rivelazione diversa da quella che ci è stata tramandata”. La Parola di Dio è, per noi che la riceviamo, la Parola autoritativamente trasmessaci.

La Costituzione Dogmatica Dei Verbum sulla divina rivelazione nel secondo capitolo, così esordia: “Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni”.

Non si può tener ancora nascosto ciò che di implicito vi è in queste parole, vale a dire, la dinamicità della rivelazione. Questo suo camminare nella storia dell’uomo, questo suo essere conoscenza non di un determinato momento, ma del momento sempiterno esprimono il movimento, la trasmissione, nel tempo, della rivelazione.

Il compito della trasmissione è stato affidato da Gesù agli apostoli e, quindi, alla Chiesa intesa nella sua cattolicità; questa ha il dovere di abbandonare l’ombra del campanile per annunciare a tutte le genti l’attualità della rivelazione, di farsi portatrice del carico della tradizione che da sempre l’ha resa mediatrice tra Dio e l’uomo.

“Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la rivelazione del Dio altissimo, ordinò agli apostoli che l’evangelo, prima promesso per mezzo dei profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona, venisse da loro predicato a tutti come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, comunicando così ad essi i doni divini”.

È noto, qui, il riferimento al Concilio di Trento, ripreso dal Vaticano II aggiungendo di affermare la pienezza della rivelazione in Cristo con il comando da lui dato agli apostoli dell’annuncio del vangelo e in secondo luogo la trasmissione dei sacramenti, dei ministeri e dei carismi, “in quanto la rivelazione manifesta e comunica la salvezza”.

Ora questo comando di predicare il Vangelo è stato fedelmente eseguito primariamente attraverso la predicazione orale, gli esempi e i comportamenti, cioè di tutto ciò che gli apostoli hanno ricevuto da Cristo per mezzo delle sue opere e delle sue parole, e secondariamente attraverso gli Scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Parte da qui la classica distinzione di quella che èIl la tradizione orale e la tradizione scritta.

Terminando qui il suo excursus sulla trasmissione verticale della rivelazione, ora il concilio passa ad analizzare quella che è stata ed è la trasmissione orizzontale, cioè nella Chiesa, ai vescovi, per conservare integro e vivo il Vangelo.

“Gli apostoli poi, affinché l’Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi affidando il loro proprio posto di maestri”.

Riprendendo il concetto già sopra enunciato così si può esplicitare avvalendomi, naturalmente, della definizione riportata nel Dizionario di Teologia Fondamentale: “Teologicamente la tradizione cristiana è concepibile come l’ininterrotta auto-trasmissione della parola di Dio nello Spirito Santo per mezzo della chiesa e destinata alla salvezza di tutti gli uomini.

“Trasmettere il contenuto della predicazione di Cristo e la rivelazione, costituita dalla totalità della sua persona, non è un’opzione che la chiesa può fare o delegare ad altri, la rivelazione infatti è ciò che la costituisce come tale e la missione di trasmettere la bella notizia annunciata da Cristo è costituito del suo esistere. La chiesa esiste solo come mediazione della rivelazione e come segno permanente di essa all’interno della storia mondiale”.

Dovendo analizzare più a fondo quella che è la prospettiva odierna il Concilio, evitando il problema irrisolto del contenuto materiale della Tradizione e della Scrittura, ha ritenuto più opportuno insistere sul mutuo rapporto ed il mutuo servizio della Tradizione e della Scrittura.

“La sacra tradizione dunque e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine”.

Viene così evidenziata l’eccellenza della Scrittura all’interno dell’evento della tradizione: la Scrittura “è parola di Dio perché iscritta per ispirazione dello Spirito di Dio”, la tradizione trasmette la parola di Dio, la conserva e la espone.

Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l’interpretazione della Rivelazione, “attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto”.

Non ha parlato di verità in più, ma di certezza. È, del resto, un concetto esatto e profondo: la certezza di aver recepito la comunicazione di Dio non si può mai avere con una semplice adesione intellettuale ad un testo, ma soltanto quando i suoi contenuti vengono esplicati e attestati nella vita e quando trovano nell’esperienza vissuta la conferma della loro forza salvifica.

“Davvero, noi non possiamo né vogliamo conoscere una rivelazione diversa da quella che ci è stata tramandata. Da essa partiamo e con essa ci confrontiamo per essere soggetti attivi di una tradizione vivente in gesti e parole, per l’oggi dell’uomo e della storia”.

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